Artisti e curatela: l’esperienza de “Lo Scenario Sensibile”

Intervista a Valeriano Gialli sull'esperienza de “Lo Scenario Sensibile” e dialogo con Francesca Fini, Marco Chenevier e Enrico Montrosset.

Per undici anni ad Aosta la rassegna “Lo Scenario Sensibile” ha avuto un ruolo fondamentale: portare nella regione uno sguardo sulla contemporaneità.
La rassegna è stata unica nel suo genere per il territorio valdostano ed ha contribuito alla formazione di una generazione di valdostani che oggi opera e lavora anche a partire da quei paradigmi. Una delle caratteristiche fondamentali era che fosse organizzata...da un artista: Valeriano Gialli, regista ed attore, e curatore della rassegna, in cui portava tutto il bagaglio estetico e politico che altrove era la base delle sue creazioni.
Su altri fronti Enrico Montrosset (videomaker), oggi direttore artistico della Cittadella dei Giovani di Aosta, è un attivo organizzatore sul territorio valdostano di rassegne ed eventi, spaziando dalla musica alla cinematografia.
Due esempi valdostani di artisti-curatori la cui esperienza può essere un punto di partenza efficace per leggere il rapporto tra arte e società oggi.

Qualche anno fa il critico d’arte Luca Beatrice propone un'interessante riflessione sul complesso e tormentato rapporto tra curatori e artisti nello specifico del nostro paese. Beatrice nota una discrepanza nelle fortune all’estero di vere proprie star nostrane della curatela, come Francesco Bonami e Massimiliano Gioni, rispetto ai loro coetanei artisti, praticamente invisibili al di fuori dei confini nazionali. Il curatore italiano è diventato più importante dell’artista? Beatrice rievoca fasi molto fortunate della nostra storia in cui un certo spirito di squadra “territoriale” spingeva i curatori a scegliere e imporre all’estero gli artisti, con cui spesso condividevano esperienze di vita, raggruppandoli in veri e propri movimenti, svolgendo così un’importantissima azione di militanza culturale; basti pensare a Celant con l'Arte Povera o a Bonito Oliva con la Transavanguardia. 
Luca Beatrice riconduce la dispersione odierna alla cultura della globalizzazione. Oggi gli artisti italiani devono cavarsela da soli, e sebbene Beatrice consideri questo fenomeno un segno di debolezza del sistema arte, io ci vedo anche un principio di opportunità. Sempre più spesso gli artisti - italiani e non - si riconoscono spontaneamente all’interno di veri e propri movimenti, che sono più che mai floridi e vivaci: i più attivi e intraprendenti di noi decidono per necessità (che fa virtù) di farsene carico e così, quasi naturalmente e senza forzature, si finisce per diventare curatori. Curatori inizialmente di noi stessi, e poi di altri artisti che sentiamo vicini a noi, parenti stretti nella ricerca e nelle modalità di lavoro. Si riproduce cioè quel proficuo spirito di squadra di cui parla Beatrice. L’artista-curatore applica, nella curatela, lo stesso fervore creativo, la stessa disciplina, la stessa “consistency” (consistenza, intesa come sublimazione di coerenza e sostanza), che riversa nel proprio lavoro personale, con un risultato che esce fuori - come sempre accade alle curatele di valore - dai confini prettamente accademici, per entrare nel campo dello “scenario sensibile”, che io intendo come evocazione di discorsi e percorsi condivisi con passione, che è il sangue di ogni movimentismo e della militanza nel senso migliore del termine.
Marco Chenevier

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